Anche quando lì dentro ci siamo solo noi, non c’è luogo più affollato di una cattedrale. Sventurato colui che vi vede appena pietre sovrapposte, e macchie di colore, e forme armoniose, certo, ma niente di più. Fortunato invece colui che sa vedere le innumerevoli braccia che hanno scavato, trasportato e posato quelle pietre, e le mani che hanno disegnato quelle linee e fatto i giusti calcoli, e la mani e le dita che hanno scolpito e dipinto, e le voci che hanno pregato e cantato e sussurrato e bisbigliato e taciuto. Chi ha deciso che valeva la pena spendere denaro, e tanto, per quella cattedrale. E poi le infinite persone che lì hanno partecipato alle liturgie, persone devote e distratte, tantissime persone con una loro storia che lì dentro si sono assiepate e hanno posato i piedi dove li posiamo noi, scavando un impercettibile solco nelle lastre di pietra, respirando la stessa aria, riempiendosi gli occhi della stessa bellezza. Loro erano già noi, anche se non ci pensavano. Noi siamo loro, anche se non ci pensiamo ma dovremmo pensarci, perché la cattedrale è la storia, storia della fede, storia della bellezza, storia di popoli e i popoli non possono vivere senza storia. Dentro la cattedrale la storia è pietra ma non è fredda né indifferente: ha bisogno di chi sappia elogiarla e dirle grazie.